LE GAZZE, UNA LEZIONE DI UMILTÀ

CULTURA

di Alessandro Troisi

 

Le Muse erano nove bellissime dee, tutte sorelle, figlie di Zeus e di Mnemosine. Erano le depositarie della memoria e del sapere ed erano le maestre della poesia, del canto e delle Arti. Le loro composizioni accompagnarono alcuni degli eventi più significativi dell’antichità, come le nozze di Teti e Peleo e la morte di Achille.

Un giorno, la dea Atena si recò a far loro visita, raggiungendole nella loro dimora sulle vette del monte Elicona. Mentre le sorelle discorrevano con la dea tritonide in un maestoso giardino, quest’ultima sentì degli strani suoni provenire dagli alberi che le circondavano, come voci umane che cercavano di articolare delle parole, senza tuttavia riuscirvi. Sollevando lo sguardo, Atena scorse un frullare di ali e notò degli strani uccelli, di colore bianco e nero, che si aggiravano tra i rami. Quei versi erano i loro richiami. Stupita, la dea domandò cosa fossero quei bizzarri volatili.

«Quelle che vedi sono gazze», rispose una delle Muse, «e sono andate da poco ad accrescere il novero degli uccelli del cielo. Fino a qualche tempo fa, tuttavia, erano nove ragazze della regione di Pella. Erano conosciute come Pieridi, perché figlie di un ricco uomo locale di nome Piero. Crescendo, furono istruite nell’arte del canto, in cui divennero presto maestre. Non c’era agone in cui non risultassero vincitrici. Viaggiarono per molte città, dove la grazia e la bellezza delle loro poesie venne elogiata da tutti. Tuttavia, più il tempo passava, più la consapevolezza della loro bravura le rendeva arroganti, tanto che arrivarono a paragonarsi e poi a ritenersi superiori a noi Muse. Viaggiando attraverso l’Emonia, le sfrontate sorelle ebbero l’ardire di salire fino alla sommità di questo monte e di presentarsi al nostro cospetto.

“Per tanto tempo avete incantato la gente ignorante con i vostri canti, ma oggi non sarà con degli sprovveduti che dovrete confrontarvi. Gareggiate con noi, dee di Tespie, se ve la sentite”, ci sfidò una di loro, “siamo quante siete voi e non abbiamo nulla da invidiarvi né in fatto di voce né in fatto di arte. Se vi vinceremo, dovrete lasciare l’Elicona per sempre. In caso contrario, saremo noi a dover andare in esilio, e ce ne andremo oltre i confini di queste terre, fino alla Peonia innevata. Le Ninfe facciano da arbitre nella contesa!”.

A quelle parole, fummo prese dallo sdegno. L’affronto era inaudito. Per noi, stirpe dei celesti, era una vergogna scendere in agone con delle mortali. Ma ancora più vergognoso ci parve non accettare la sfida.

Ci disponemmo in un prato poco distante e qui facemmo accorrere le Ninfe. Queste giurarono sulle sacre acque dei fiumi che avrebbero giudicato e dichiarato le vincitrici secondo giustizia, poi si disposero tutt’intorno su sedili di pietra. La gara poteva iniziare.

Si fece avanti una delle Pieridi e, incoraggiata dalle sorelle, diede voce al suo canto. Narrò della guerra antica che si scatenò agli albori del mondo, quando gli dèi dell’Olimpo lottarono contro i Giganti, che cercarono di risalire la montagna per spodestarli. Glorificò indegnamente i Giganti e minimizzò le imprese dei celesti, affermando che questi furono tanto terrorizzati dai loro nemici da fuggire e nascondersi sotto mentite spoglie, che lo stesso Zeus, cercando di sfuggire alla furia di Tifone, fu costretto a camuffarsi in montone e sparire tra le greggi della Libia.

Quando il canto si spense, affidammo a Calliope, la depositaria dell’epica, il compito di rispondere a quegli attacchi.

In silenzio, la nostra maestosa sorella si alzò, raccolse i suoi fluenti capelli con tralci di edera, saggiò le corde della sua cetra. Poi, sulle potenti note, iniziò il suo canto.

Raccontò di come Zeus, nostro grande padre, sconfisse Tifone, scaraventandogli sopra un’immensa montagna. Ancora oggi, il mostro si sforza si liberarsi di quel giogo sconfinato ma, imprigionato

nelle tenebre e nelle profondità, può solo dare voce alla sua rabbia e alla sua ferocia, vomitando fiamme e lapilli dagli abissi della terra che lo imprigiona.

Cantò poi di Cerere, a cui Ade aveva rapito la figlia Proserpina per farne la sua sposa, di come chiese disperata a Zeus la restituzione della dolce fanciulla, ma il re degli dèi, fedele al fratello Ade, oppose un fermo rifiuto. La dea della fertilità, distrutta dal dolore e avvelenata dalla rabbia, scatenò allora un’immensa carestia su tutta la terra, uccidendo piante, uomini e bestie. A nulla valevano suppliche e preghiere: se Cerere non avesse riavuto sua figlia dal mondo dei morti, tutta la terra sarebbe appassita e morta insieme a lei. A questo punto, Zeus costrinse Ade a far riemergere la fanciulla dal suo reame, riconsegnandola alla madre. Secondo quanto stabilito dal re dell’Olimpo, Proserpina da quel giorno avrebbe trascorso sei mesi con la madre, nel mondo dei viventi, e i restanti sei con il suo sposo, nel regno sotterraneo delle ombre. Così, da allora, la terra e le creature che la abitano conoscono la primavera e l’estate, nei giorni in cui la bella Proserpina cammina sul mondo, e l’autunno e l’inverno, in quelli che dimora con Ade fra i morti.

Calliope, la più illustre di noi, terminò qui il suo canto. Le Ninfe, dopo un breve consiglio, dichiararono all’unisono che le vincitrici eravamo noi, le Muse che abitano l’Elicona. Decidemmo di essere indulgenti con quelle sciocche ragazze e di lasciare che l’amaro di quell’esperienza bastasse loro come lezione. Stavamo per tornare vittoriose nella nostra reggia. Ma quelle, stizzite e rabbiose, iniziarono a inveire contro di noi e a lanciarci insulti.

Allora Calliope si volse e, con voce autoritaria, disse: «Meritavate una punizione per il solo fatto di averci sfidato. Dato che non vi basta la sconfitta, e che continuate con la vostra insolenza, vi daremo quello che vi spetta. La nostra pazienza ha un limite».

A quelle parole minacciose, le Pieridi cominciarono a ridere, con fare provocatorio e sprezzante. Fecero per replicare, ma quando tentarono di alzare la voce contro di noi, si accorsero di non poter più articolare parole, solo versi gracchianti. Mentre le loro bocche si tramutavano in lunghi becchi, folte penne iniziarono a ricoprire le loro membra. In men che non si dica si ritrovarono tramutate in uccelli nuovi, le gazze. Sconvolte, volarono via verso la selva.

Ancora oggi, anche se uccelli, è rimasta loro quella fatuità che le ha sempre contraddistinte e, mentre svolazzano tra gli alberi, continuano a ciarlare, come facevano da umane con il loro insopportabile cicaleccio».

Così le Muse spiegarono l’origine delle gazze e, insieme, la sorte delle sventurate Pieridi