LE TERRE RARE PER IL FUTURO

di Donato Bonanni

 

Il New Green Deal della Commissione europea (dicembre 2019) e il successivo pacchetto climatico Fit for 55 propongono di rivoluzionare il modo di viaggiare, di consumare, di studiare e, soprattutto, di produrre energia, per raggiungere entro il 2030 gli obiettivi di decarbonizzazione.

In particolare, la transizione energetica e quella digitale comportano un passaggio da un sistema socio-economico basato su fonti fossili a uno fondato sull’utilizzo di risorse minerali. Ad esempio, il silicio e il palladio vengono utilizzati nella produzione di microchip, impiegati in qualsiasi dispositivo digitale; le terre rare servono per i magneti permanenti che abilitano il funzionamento delle pale eoliche e per la produzione di oggetti high-tech come i moderni televisori e telefoni, ma anche per i sistemi laser e radar; il cobalto e il litio sono necessari per la produzione di batterie di veicoli elettrici e di dispositivi elettronici portatili.

Ciò significa che ci troveremo di fronte a una domanda sempre più crescente dell’utilizzo di risorse minerali che sarà, però, condizionata dall’approvvigionamento delle stesse materie disponibili in quantità finite sul pianeta e dai relativi prezzi dipendenti da fattori di natura economica e geopolitica (Cina, Russia, Vietnam, Malesia, Thailandia e i Paesi africani sono i principali produttori ed esportatori di queste materie “rare”). Su quest’ultimo punto, possiamo citare l’esempio della crisi delle terre rare avvenuta nel 2010-2011 dopo le restrizioni all’export imposte dalla Cina al punto da far schizzare i prezzi dei metalli.

Quell’episodio costrinse l’Unione europea a rivedere la questione della propria dipendenza dall’import di risorse minerali ovvero di adottare provvedimenti finalizzati a ridurre i rischi di shock nelle forniture e a creare partnership strategiche e, nello stesso tempo, ad aumentare l’autosufficienza. Va sottolineato, però, che quest’ultimo principio è in forte contraddizione con gli obiettivi di decarbonizzazione del Green Deal europeo del 2019. Mi riferisco al fatto che l’estrazione di materie prime (dove è presente) e la produzione di materiali possono causare una serie di impatti ambientali, come l’estrazione di grandi volumi di roccia, il consumo d’acqua, il consumo di suolo, la produzione di rifiuti, il rilascio di sostanze inquinanti nell’ambiente e la perdita di biodiversità. La CO2 è il nemico ma le materie critiche non sono certo l’alleato migliore per vincere la battaglia verde.

Pertanto, per assicurare che la transizione energetica e quella digitale siano perfettamente sostenibili in tutte le proprie dimensioni, è necessario impostare fin dall’inizio l’adozione delle nuove tecnologie attraverso il potenziale dell’innovazione applicato all’economia circolare lungo la catena del valore. In altre parole, riprogettare le tecnologie per sostituire le materie prime critiche con altre non critiche, estendere la vita degli asset, rigenerarli a fine vita e – quando non possibile – recuperare e riutilizzare i materiali.