I CONFINI DEL MONDO E IL PIANTO DI ALEXANDROS

di Alessandro Troisi

 

Nel 326 a. C., dopo anni di sanguinose campagne di conquista, Alessandro Magno regnava su un impero sterminato, il più vasto del suo tempo per dimensioni e per ricchezza.

Il sovrano macedone, appena trentenne, controllava un territorio che si estendeva dalla penisola balcanica fino ai confini dell’impero persiano, che aveva interamente sottomesso. Ma i sogni espansionistici di Alessandro non erano ancora appagati. Oltre i limiti del suo gigantesco dominio si trovava, infatti, una terra sconosciuta e misteriosa: l’India. I Greci, che non avevano esplorato quella remota regione del mondo, narravano leggende di ogni sorta su di essa: si diceva che ad attraversare quei luoghi fossero stati soltanto gli dèi e i grandi eroi del passato, fra cui il grande Eracle. Alessandro, cresciuto leggendo Omero e agognando da sempre di raggiungere in fama e valore il suo idolo, Achille, trovò nella conquista di quelle terre leggendarie un’impresa che avrebbe accresciuto ancor di più la sua già conclamata reputazione di re guerriero.

Messosi di nuovo alla testa delle sue armate, il giovane re macedone partì dunque alla volta dell’India. Ancora una volta ebbe modo di dar prova delle sue straordinarie doti di stratega militare e, in poche settimane, valicò i monti dell’Hindukush, sbaragliò gli eserciti delle tribù native che si paravano sul suo cammino e giunse fino alle rive dell’Indo. Nella loro avanzata, i macedoni entrarono in contatto con un mondo che, ai loro occhi, presentava tutte le stranezze e le bizzarrie delle favole: foreste intricate irte di piante meravigliose, frutti di ogni forma e colore, animali che non erano mai stati visti dagli abitanti dell’Occidente. Dopo una serie di cruente battaglie e la sconfitta del re indiano Poro, Alessandro si preparò a muovere verso la valle del Gange, oltrepassata la quale avrebbe sottomesso l’intera India, potendo così giungere ai confini del mondo conosciuto. Ma il sogno di costruire un impero universale dovette, a questo punto, scontrarsi con la resistenza del suo stesso esercito: i soldati macedoni, sfiniti da anni di guerre ininterrotte e stanchi di procedere in quella terra inospitale solo per soddisfare i desideri del loro capo, si rifiutarono di proseguire ulteriormente nella marcia, minacciando un ammutinamento in caso Alessandro non avesse desistito. Messo alle strette dalla resistenza dei suoi, il condottiero fu costretto a rinunciare all’impresa e a prendere la via del ritorno. Nel 1904 Giovanni Pascoli pubblica i poemi conviviali, una raccolta di poemetti incentrati grandi personaggi del mito e della storia antica. Fra questi, se ne trova uno dedicato proprio ad Alessandro Magno e alla sua impresa, intitolato Alexandros. Riscrivendo la storia in una prospettiva ucronica, Pascoli immagina che il grande condottiero abbia portato a compimento l’impresa, giungendo fino all’estremo limite della Terra. Il viaggio dell’eroe, il suo tendere all’esplorazione e alla conoscenza del mondo, l’incedere battaglia dopo battaglia verso una meta sempre più grande e ambiziosa sono elementi che Pascoli riprende e racconta in chiave fortemente personale, caricando il personaggio di moti interiori che rispecchiano quelli del poeta e che sono emblematici del pensiero pascoliano. Giunto finalmente a contemplare il confine del mondo, Alessandro rivolge, nella prima parte del poemetto, un’allocuzione ai suoi soldati, in cui con uno sguardo retrospettivo ripercorre il lungo viaggio che li ha portati fin lì e le imprese che lo hanno costellato. Fin dai primi versi, appare chiaro che lo sguardo di Alessandro sulle sue azioni e i suoi sogni è profondamente mutato dal momento in cui la spedizione è iniziata: una volta attraversate, le fiumane e le foreste perdono l’aura di mistero che avevano quando inesplorate. Dopo essere stati valicati, i monti appaiono molto più piccoli di quanto non sembrassero all’inizio. Questo lo porta a un’amara conclusione:

 

era miglior pensiero

ristare, non guardare oltre, sognare:

il sogno è l'infinita ombra del Vero.

 

Una volta giunta al termine, l’avventura appare deludente e inferiore rispetto a come era stata concepita dall’immaginazione. Rifacendosi a quanto aveva già dichiarato Leopardi, Pascoli riprende e fa proprio un punto fermo del pensiero del poeta recanatese: la supremazia della fantasia e dell’immaginazione sulla realtà in relazione alla felicità dell’essere umano. La mente umana tende, per sua natura, a inseguire immagini di grandezza e perfezione, al raggiungimento di un piacere infinito per estensione e durata. Ma la realtà è sempre in agguato, pronta a far cadere le illusioni, a dimostrare che l’infinito a cui tendiamo è impossibile e irraggiungibile. All’ “apparir del vero”, che si mostra in tutta la sua imperfezione, piccolezza e finitezza, non resta che rifugiarsi nella disillusione. La vera felicità, dunque, non risiede nel raggiungimento del fine, nel compimento del viaggio, ma nell’immaginare quel fine, nel fantasticare su quella meta. Il percorso dell’Alessandro pascoliano, in questo senso, è analogo a quello del Cristoforo Colombo leopardiano: anche il celebre esploratore, in Leopardi, si faceva portavoce di una concezione estremamente pessimistica e disillusa: portando alla luce l’ultimo continente inesplorato, riempiendo i punti vuoti sulle mappe, Colombo aveva fatto un grande torto al genere umano, impedendogli di fantasticare sull’ignoto, di immaginare meraviglie sconosciute, di cimentarsi in ulteriori slanci di fantasia sulle possibilità di un mondo ancora da conoscere. La sua impresa non aveva fatto altro che racchiudere la Terra in una breve carta. Analogamente, nei versi di Pascoli, Alessandro sente tutto il peso della disillusione, accentuato dal fatto che non esistono altri luoghi da esplorare o da conquistare: davanti a lui si estende solo il Fine, l’Oceano, il Niente… non può andare oltre, quella è letteralmente la sua ultima spiaggia. Di fronte a questa consapevolezza, il grande conquistatore si abbandona al pianto:

 

E così, piange, poi che giunse anelo:
piange dall'occhio nero come morte;
piange dall'occhio azzurro come cielo

 

Nei versi conclusivi, in un’ottica tipicamente pascoliana, Alessandro vaga con il pensiero a quella che resta come l’unica, vera e mai esauribile consolazione della vita umana: il nido degli affetti familiari e in particolare le figure femminili, che aspettano il suo ritorno all’altro capo del mondo: le sorelle, che lavorano al fuso pensando a lui, dolce Assente; la madre, Olimpiade, che in un’immagine di rara bellezza poetica ascolta il suono delle fonti d’acqua lontane e il bisbigliare delle querce sui monti, le voci della Natura immortale, che perdura nei suoi moti eterni e opposti alla caducità del genere umano. Il grande conquistatore, così lontano e deluso, ritrova solo nel ricordo di quel nido distante e ormai perduto il suo conforto. Intanto il vento passa e passano le stelle.