PERCHÉ I GIOVANI SE NE VANNO DALL’ITALIA

di Donato Bonanni

 

È indubbio che la fuga di cervelli nel nostro Paese sia un esodo inarrestabile, soprattutto nel Mezzogiorno dove le opportunità di trovare un lavoro ben retribuito o di fare carriera restano un miraggio.

Ma va detto che qualche volta si esagera a considerare dannoso il trasferimento al Nord Italia o all’estero dei nostri giovani; è accaduto in ogni epoca che giovani di precedenti generazioni, condotti dal desiderio di luoghi sconosciuti, alla ricerca di nuove esperienze, abbiano affrontato viaggi lunghissimi, faticosi e costosi pur di trasferirsi altrove. Il fattore principale è stato l’istinto dell’avventura che ha fatto superare il distacco dalla propria terra e dai propri affetti. Ed infatti non c’è continente che non abbia visto nel tempo italiani recarsi in tutte le grandi città mondiali. Ma erano tempi in cui difficilmente le famiglie italiane scendevano al di sotto di 4-5 figli e la miseria cresceva dopo le guerre. 

Sono passati un paio di secoli dalle prime diaspore italiane nel mondo, e le dinamiche (tutto sommato) non sono cambiate. Sono cambiate le soluzioni per partire, infinitamente meno costose e faticose, la miseria di quei tempi non esiste più, almeno per l’Italia, che nel frattempo è diventata una potenza industriale, la prolificità è strapiombata ad 1,3 per famiglia, più che gli analfabeti dei primi del Novecento, molti sono i laureati in cerca di fortuna. Ecco qualche cifra: un emigrato su tre, rientra nella fascia d'età 25-34 anni, per un totale di 31mila. Di questi, ben 14mila posseggono una laurea o un titolo di studio superiore. Dal Mezzogiorno, sono addirittura 150mila gli studenti neolaureati che annualmente optano per il trasferimento, tanto nel centro-nord del Bel Paese quanto all'estero. Oggi, tuttavia, è più facile poter tornare in Italia non solo per la diffusione dei mezzi di trasporto ma anche perché, nonostante i tanti problemi presenti, si tratta comunque di una società evoluta e con strutture industriali e servizi assai importanti. Il punto, però, è che l’attuale classe politica e quella dirigenziale hanno difficoltà a considerare indispensabili le regole e i comportamenti presenti nelle società liberali: sburocratizzazione e libero mercato nell’interesse dei cittadini e delle imprese. Facciamo alcuni esempi. Se le università si liberassero dalle baronie, diventerebbero più snelle, migliorerebbero i corsi universitari e costerebbero meno, aumenterebbero campus ed alloggi universitari e ci sarebbero più investimenti nella ricerca. Se la pubblica amministrazione venisse rivoluzionata digitalmente, molti “nativi” potrebbero essere assunti e di per sé far cambiare la faccia e l’efficienza degli uffici pubblici. Qualora si sopprimessero “le assistenze” a cui ci ha abituati la politica per favorire i propri clienti, si potrebbero avere più risorse per impegnare i giovani talenti che fuggono all’estero. Se si pagassero di più i giovani, molti di loro non andrebbero via ed anzi rientrerebbero dopo aver fatto un'esperienza all’estero. Ma se i lavoratori impegnati da molti anni hanno retribuzioni più basse di quelli europei (dal 1990 al 2020, in Italia, le retribuzioni medie sono rimaste al palo), cosa potrà accadere ad un giovane alla sua prima esperienza di lavoro?